Un’analisi di Cittadini per l’aria utilizzando i dati di ARPA Lombardia rivela che se il controllo delle concentrazioni per le misure temporanee venisse effettuato quotidianamente e se le stazioni di monitoraggio utilizzate per l’attivazione fossero coerenti all’area più soggetta a episodi di forte inquinamento, chi vive in Lombardia respirerebbe un’aria più pulita
Milano, 13 dicembre 2025 – Da decenni il sistema della Regione Lombardia per l’attivazione di misure temporanee per ridurre le condizioni di grave accumulo degli inquinanti atmosferici – che nelle aree urbane sono fortemente riconducibili alle emissioni da trasporto – rappresenta una falsa promessa di tutela della salute umana, perché strutturato in modo da ridurre al minimo i giorni di attivazione e, quindi, la protezione della salute dei cittadini.
Il sistema delle misure temporanee per il miglioramento della qualità dell’aria – in vigore solo tra il 1° ottobre il 31 marzo di ogni anno – è legato alle concentrazioni del solo PM10 registrate da centraline selezionate da ARPA sul territorio regionale. Le misure temporanee si attivano, per la parte riferita al traffico, nelle sole aree urbane dei Comuni con popolazione oltre ai 30.000 abitanti.
Cittadini per l’aria ha effettuato una simulazione – attraverso il supporto dell’intelligenza artificiale – sulla base dei dati quotidiani di ARPA Lombardia dal 2018 al 2024 e i criteri di applicazione delle misure temporanee da parte della Regione (aggiornati nel 2024) per verificarne il quantitativo complessivo di attivazione e la relativa adeguatezza alla situazione di inquinamento presente. Ciò che è emerso è che un controllo quotidiano avrebbe determinato una più frequente attivazione delle misure, verosimilmente coprendo un periodo di quasi tre mesi aggiuntivi nell’arco temporale analizzato. In particolare, si sarebbe passati dai 190 a 267 giorni di attivazione per le misure di primo livello e da 43 a 62 giorni per quelle di secondo livello. Un tempestivo sistema di controllo dei dati, avrebbe infatti permesso ai cittadini lombardi di respirare aria più pulita per oltre 90 giorni aggiuntivi, riducendo i lunghi periodi di esposizione a concentrazioni di inquinanti pericolosi.
Le verifiche solo bisettimanali delle concentrazioni del PM10, infatti, ritardano o addirittura impediscono l’attivazione delle misure, arrivando spesso a rilevare le situazioni di emergenza solo quando queste si avviano alla risoluzione. Inoltre, l’attivazione solo il giorno successivo al controllo delle medie misurate – che avviene di lunedì e di giovedì – acuisce il ritardo rispetto al bisogno di tutela della salute in situazioni di grave inquinamento.
Paradossalmente, poi, per decidere della revoca delle misure i controlli vengono effettuati quotidianamente e si basano, non già sui dati misurati, ma sulla base di una previsione meteo.
“L’attuale sistema di attivazione delle misure temporanee – dichiara Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’aria – interviene in ritardo, spesso quando i limiti sono già stati superati per diversi giorni. Non vi è ragione di non utilizzare gli elaborati sistemi modellistici di cui ARPA Lombardia si è dotata, allo scopo di proteggere efficacemente la salute di quegli stessi cittadini i cui soldi hanno contribuito all’elaborazione di tali capacità dell’agenzia. E’ evidente che serve un approccio proattivo, basato anche su previsioni meteorologiche e modellistiche in grado di intervenire prima che l’aria peggiori, anziché agire a posteriori. Inoltre, risulta fondamentale rivedere la localizzazione delle stazioni di monitoraggio oltre agli inquinanti presi in considerazione ai fini dell’attivazione delle misure temporanee, rivendendo altresì il sistema dei controlli e la configurazione delle misure stesse.”
Il sistema presenta inspiegabili criteri e gravi criticità.
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La localizzazione delle centraline. Le misure si attivano sulla base della media delle concentrazioni di PM10 ottenuta – per esempio per l’area metropolitana di Milano – usando i dati di 8 stazioni di monitoraggio selezionate da ARPA. In quest’area, per esempio, se si escludono le (4) stazioni di Milano, tre delle quattro restanti centraline sono collocate in comuni che hanno tipicamente concentrazioni di PM10 molto più ridotte di quelle urbane, che non hanno i 30.000 abitanti che fanno scattare le misure sul traffico, e che sono collocati al limitare estremo dell’area metropolitana ed in prossimità di aree naturali (Turbigo, Cassano d’Adda e Magenta). Una selezione che, evidentemente, determina una riduzione della media che attiva le misure. Secondo l’analisi di Cittadini per l’aria, escludendo la sola Turbigo dal calcolo della media il numero di giorni di misure del primo livello salirebbe da 190 addirittura a 315, confermando quanto una singola stazione “fuori scala” possa condizionare l’intero sistema.
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Gli inquinanti considerati. Non si capisce per quale motivo le misure ignorino del tutto il particolato sottile PM2.5 e il biossido di azoto (NO2), inquinanti ancora più pericolosi per la salute umana e che spesso, in città, hanno concentrazioni estremamente elevate.
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Il periodo considerato. Limitare l’ipotesi delle misure emergenziali dal 1° ottobre al 31 marzo è ingiustificato in quanto in particolare nelle aree urbane, si verificano frequentemente condizioni di accumulo degli inquinanti anche in periodi diversi, per esempio a settembre.
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Inadeguatezza delle misure. Le misure previste, anche quando applicate, sono totalmente inadeguate, in particolare per quanto riguarda il traffico. Infatti le misure di limitazione si differenziano dalle misure permanenti applicandosi anche ai veicoli iscritti al MOVE-In e aggiungendo un’estensione delle limitazioni ai fine settimana e nei festivi infrasettimanali. La situazione emergenziale rilevata dalla Regione dovrebbe invece ipotizzare interventi più incisivi, quantomeno ampliando l’orario di attivazione alle 24 ore (e non dalle 7:30-19:30) e incentivando l’utilizzo del TPL, rendendolo gratuito nelle giornate di picco, come ad esempio previsto a Bruxelles. Certamente appare poi fondamentale che le misure previste vengano effettivamente controllate sul territorio, evitando così che si rivelino totalmente inefficaci.
I risultati dell’analisi condotta sul confronto tra il sistema attuale per l’applicazione delle misure e uno scenario ipotetico con controlli giornalieri invece che bisettimanali chiariscono come basterebbe poco per tutelare davvero la salute dei cittadini lombardi.
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